mercoledì 26 settembre 2012

Il Dolcetto, identità segreta - 20 marzo

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Il Dolcetto è un vitigno popolare, popolarissimo, eppure selettivo.

L'altro vitigno piemontese di pari popolarità, la Barbera, viene coltivato in ogni angolo del Piemonte, ed è diffuso in lungo e in largo in tutta Italia, e persino all'estero. Il Dolcetto invece non solo non ha mai passato i confini del Piemonte, fatti salvi sporadici sconfinamenti sotto mentite spoglie nella sottile Liguria, ma ha eletto per sé un terroir definito con precisione chirurgica: il blocco di marne mioceniche che vanno da Barolo a Gavi, contornate lungo il loro confine occidentale e settentrionale dal corso del Tanaro.

E' qui e solo qui che si susseguono da Ovest ad Est una serie di denominazioni che, figlie insieme dei confini dettati dal territorio e dalla politica, come quasi sempre succede in Italia, disegnano un blocco compatto ed illustrativo dell'identità intera del Piemonte meridionale.

Di Dogliani, di Alba con l'enclave di Diano d'Alba, d'Asti, d'Acqui, d'Ovada. Un collage di denominazioni che compongono il quadro variegato e sensibile di un vitigno il cui potenziale di espressività è stato spesso sottovalutato. Due i motivi principali.

Il primo. La grande parte del Dolcetto che esce dalle zone di produzione per cercare fortuna nel mondo porta in etichetta il nome di un produttore di Barolo o di Barbaresco. Nella mente di questi produttori il Dolcetto ha sempre avuto storicamente il ruolo del terzo vitigno, dopo il Nebbiolo e dopo la Barbera, sia in vigna sia in cantina. Sono così rare le interpretazioni autorevoli di Dolcetto, che esce dalle cantine semplice, beverino e vinoso non perché non abbia altro da dire, ma perché quella è la parte che gli viene assegnata dal copione.

Il secondo. Quando alla fine degli anni '80 anche il Dolcetto, specialmente quello di Dogliani, il più vicino all'epicentro movimentista di Barolo e Barbaresco, fu coinvolto nella corsa alla massima qualità, dovette scontare i limiti della ricetta tecnica allora in voga. Fra maturazioni estreme, fermentazioni accelerate, legni piccoli concianti e finiture tecniche, spesso ai nasi e alle bocche degli appassionati  giunsero dei Dolcetto più pretenziosi che autorevoli, più pesanti che potenti, più grossi che grandi. Da qui nacque l'idea che ricercare l'eccellenza con il Dolcetto fosse un po' come cavare il sangue dalle rape, che il giusto posto di questo vitigno fosse proprio quello della tradizione langarola, del vino di struttura leggera, primario, disimpegnato, senza ambizioni, da apprezzare per la sua inoffensività più che per le sue effettive qualità.

Per fortuna da allora è passato qualche lustro, e il vino conosce oggi un momento particolarmente propizio a riconsiderare con maggiore lucidità ed attenzione il valore delle tante etichette reperibili sul mercato del vino, che è assai nervoso come tutti gli altri, ma non ancora ristretto alle sole commodities dei grandi brand commerciali.

Eccoci dunque a degustare tre Dolcetto di carattere assai diverse fra di loro, che potranno offrire una panoramica fra diversi stili e concezioni del vino (biodinamico, tradizionale, moderno), fra diverse zone (Dogliani, Alba, Ovada), fra diverse annate (2001 e 2009) quindi fra due diverse età evolutive del vino (undici e tre anni), dimenticandosi per una sera dei Dolcetto fatti solo in acciaio e freschi di pochi mesi dalla vendemmia. Vedremo se il gioco vale la candela.

Dolcetto di Dogliani DOCG San Fereolo 2001 – San Fereolo

Dolcetto d'Alba Bricco in Castiglione Falletto 2009 – Giuseppe Mascarello

Dolcetto di Ovada Ottotori 2009 – Forti del Vento

Martedì sera, a Gallarate in via dei Mille 6, alle ore 21:00.

Per segnalare la partecipazione una riga qui oppure su vino@ilcavedio.it

Vi aspetto

Rossano



via Rossano Ferrazzano
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